ULIVETI SUPER INTENSIVI

Segno di progresso o annientamento

 gli uliveti super intensivi in Italia?

Personalmente sono contraria a tutto ciò che riguarda agricoltura ed allevamento fatti in maniera intensiva .

Gli uliveti super intensivi sono spesso indicati come la migliore soluzione per essere competitivi sul mercato ed avere un alto reddito. Certo dipende tutto dal fatto se si vuole dare un buon prodotto oppure si pensa solo al guadagno. Dipende dal nostro attuale Ministro all'Agricoltura, se intende dare una svolta al comparto e rendere partecipi dei vari finanziamenti dati, guarda caso, sempre ai grandi produttori in primis anche i micro piccoli produttori anche a livello familiare. Si badi bene che nella botte piccola sta il vino buono" ovvero i piccoli produttori sono coloro che nell'arco dell'anno ci tengono a mantenere gli uliveti in ottimo stato, così come i terreni, ne vale del loro guadagno.

La visione tecnocratica basata sul profitto immediato è la peggiore delle soluzioni per ritornare ad essere competitivi su un mercato come quello dell'olio extravergine di oliva. Mercato che via via vede l'ingresso di produttori esteri che con costi abbastanza contenuti stanno avanzando. Certo i costi contenuti sono dati da tanti fattori tra i quali la manodopera a bassissimo prezzo, cultivar poco pregiate, capacità di fare gruppo.

Il superintensivo, che viene venduto come progresso, ha generato una profonda crisi strutturale nel comparto olivicolo. Si è via via assistito all'abbandono dei piccoli uliveti e di conseguenza anche l'abbandono rurale (soprattutto nelle regioni del Sud Italia e nelle Isole). Abbandono culturale soprattutto, la cessazione di conoscenze tramandate da secoli. Il superintensivo può sì dare un reddito immediato ma, vale la pena ricordare, che il terreno rimane devastato e perde fertilità quindi si vanno ad immettere nei terreni prodotti chimici e la lavorazione del terreno è fatta in maniera profonda alterando l'equilibrio dell'ecosistema agrario.

E' la Spagna, il paese dove gli uliveti superintensivi hanno preso piede. Ma iniziamo a levarsi voci critiche sia all'interno del comparto che nelle istituzioni. Sta mostrando segni di cedimento, in un mondo in cui si continua a parlare di Green, in cui i consumatori iniziano a prende coscienza del rispetto della terra e del suo rigenerarsi.

In Italia, invece, si pubblicizza il superintensivo come se fosse la panacea di tutti i mali del settore. Dietro a questa grande pubblicità ci sono gli interessi di pochi: grandi vivaisti, agroindustria chimica e meccanica e ancora una volta le banche che traggono profitto dai fallimenti delle micro, piccole e medie aziende.

La ricchezza italiana in campo olivicolo è nella grande varietà di cultivar.

Gli oli monovarietali dovrebbero seguire il percorso dei vini italiani. I monovarietali (per capirci non i blend con oli provenienti dal'estero e peggio ancora con oli che con le olive non hanno nulla a che fare) rappresentano una grande opportunità per competere sui mercati mondiali senza dover degradare l'ambiente e rinunciare alla ricchezza culturale tramandata.

Il mio NO agli uliveti superintensivi è un'affermazione etica e politica. Credo vadano difese la biodiversità, la sostenibilità che si ripercuotono sulla qualità del prodotto, Significa difendere un modello agricolo basato sul rispetto delle comunità rurali, che non sacrifichi la terra,

Ricordiamoci che senza la terra, cultura agraria, biodiversità non ci sarà un futuro non solo per l'olio extravergine di oliva italiano ma nemmeno per tutto il resto del comparto agricolo.

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